Testo a cura di Alessandra Artifoni

Firenze, nelle stanze di Palazzo Pitti, intorno all’anno 1660

Il matrimonio di Cosimo III, figlio di Ferdinando II de’ Medici, con Marguerite Louise d’Orléan, cugina del Re Sole, intendeva legare una volta di più la dinastia Medicea alla Francia, nel momento in cui questa aveva appena firmato la pace dei Pirenei.

Molte erano le speranze di Ferdinando: quella di garantire una sana discendenza alla Magnifica Famiglia, il cui indice di gradimento era in picchiata, quella di dare un po’ d’ossigeno alla Toscana, e possibilmente riportarla nella realtà di un mondo che correva assai veloce; insomma, anche se sull’orlo del baratro, scongiurare per lo stemma dei sei bisanti quello che di lì a poco era inevitabile accadesse: l’estinzione della casata Medici.

Partita nel segno di tutte queste buone intenzioni, mai trattativa matrimoniale si rivelò peggiore.

Sembra che dalle farmacie di Pitti e di Santa Maria Novella partissero preziosi barili di Vin Santo, dolcetti squisiti e di ogni sorta alla volta della Francia, per addolcire la bocca al Mazzarino da cui tutte le speranze fiorentine dipendevano.

Non solo i dolcetti e il Vin Santo; anche un musicista/spia, una vera Mata Hari, sopranista sopraffino, Atto Melani, dalla Toscana aveva preso la via di Parigi per incantare Anna d’Austria e sopratutto il giovane gran Luigi; quest’ultimo però, veniva ben presto a scoprire che il Melani pistoiese, tra un’Aria e un recitativo gli leggeva pure la corrispondenza. Dopo tutto Parigi era piena di virtuosi e virtuose italiani che esercitavano il secondo mestiere di spie.

Fatto sta che il miglior partito sembrò a Ferdinando la figlia di Gaston d’Orléan, fratello minore di Luigi XIII, e così voleva Mazzarino, appunto: ma il Granduca si sbagliava di grosso.

Cosimo, futuro III, futuro granduca, descritto come dominato dalla rigida, bigotta madre Vittoria della Rovere, molle e spesso rapito in preghiera, e Marguerite Louise d’Orléan, nuova regina di Firenze tutta capricci e follie, lavorarono bene per il disastro finale della casata.

Da tanto augusti genitori, il dì 11 agosto 1667, venne al mondo Anna Maria Luisa, quattro anni dopo la nascita del fratello maggiore Ferdinando e quattro anni prima quella di Gian Gastone.

L’infanzia nelle stanze del Poggio Imperiale

L’ infanzia trascorsa al Poggio imperiale con una combriccola di bambini medicei è sovente rammentata nel carteggio con lo zio confidente. Quest’ultimo è Francesco Maria, fratello minore di ben 18 anni di Cosimo III, personaggio scandaloso in futuro e redarguito puntualmente dalla nipote/ sorella, divenuta Elettrice Palatina.

Con lui, Anna Maria manterrà negli anni di Düsseldorf un copioso carteggio che, tra le altre cose, la terrà informata sulla vita musicale della corte fiorentina, sulle tendenze più aggiornate in materia di stili compositivi e sui migliori virtuosi disponibili a raggiungere la corte tedesca.

Elettrice Palatina; già perché Anna Maria Luisa de’ Medici, la figlia prediletta di Cosimo III ed ultima rappresentante della stirpe medicea, compirà di lì a poco un viaggio che sarà poi di andata e ritorno, da Firenze a Düsseldorf, da Düsseldorf a Firenze, per unirsi in matrimonio Giovanni Guglielmo del Palatinato-Neuburg.

Dopo diverse trattative fallite, era ora per Anna Maria Luisa di trovar marito, dal momento che ad indugiare ancora, a quel tempo a ventiquattro anni si poteva esser chiamata “zittella”.

Andando in sposa all’Elettore Palatino Johann Wilhelm, portava con sé da Firenze, non solo l’orgoglio di appartenere alla famiglia Medici ma sopratutto la sua passione per l’Arte, per le avanguardie, cui si interessò con spirito lungimirante e moderno con un copioso circolare di opere tra Dϋsseldorf e Firenze, per gli arredi eleganti e ricercati, i gioielli preziosi, e soprattutto, per la Musica. Dopo la morte del marito riportava invece a Firenze non solo il rimpianto di non aver potuto dare seguito alla casata, ma sopratutto i tesori confluiti nella prima dote medicea per legarli indissolubilmente alla città di Firenze e consegnarli in perpetuo alla posterità.

L’educazione Musicale di Anna Maria Luisa
La Musica che la circonda prima della grande partenza

L’educazione, dal punto di vista religioso, era stata rigorosa e metodica come i grani del rosario della piissima nonna della Rovere, e dal punto di vista culturale aveva studiato il latino, se la cavava con disinvoltura nelle lingue moderne, conosceva e praticava la musica. Aveva imparato a cantare e la sua voce era intonata e piacevole. Era nata e cresciuta in mezzo ai tesori d’arte della sua famiglia, conosceva ed apprezzava la pittura, la scultura e l’architettura; ecco come diventerà poi un’attenta e raffinata committente. Guardava alle opere delle maggiori scuole pittoriche italiane rivolgendosi di continuo a pittori di primo piano contemporaneamente a Bologna, Venezia, Roma. Con stesso occhio, anzi orecchio lungimirante e moderno, per nulla provinciale e ristretto, attirerà i migliori Musici e Cantanti alla corte Palatina.

La mamma, Marguerite, che quando l’attendeva tentava di procurarsi un aborto spontaneo correndo a cavallo come una matta nelle tenute di Lappeggi, prima di lasciarla per sempre, quando Maria Luisa non aveva che otto anni, le aveva insegnato le danze alla moda che facevano impazzire Versailles, dopo la rivoluzione attuata da Pierre Beauchamp con le nuovissime coreografie inventate apposta per far danzare il Re Sole.

Sicuramente Anna Maria Luisa s’intendeva alla perfezione, se non per carattere, piuttosto nel gusto per le Arti e per la Musica, con il fratello maggiore, Ferdinando. Con lui condivideva l’amore per le Opere che il Granprincipe faceva rappresentare nel teatro della Villa di Pratolino, immaginario reame di Bellezza, dove i sudditi erano i musicisti, i cantanti, i librettisti più ammirati in Europa.

Il fratello maggiore Ferdinando si fa chiamare Gran Principe

Il Granprincipe Ferdinando de’ Medici (1663-1713) figlio maggiore di Cosimo III, ottimo suonatore di cembalo e di violino, aveva dimostrato scarso interesse per i problemi diplomatici e di governo e si dedicava invece con passione alle arti e, in particolar modo, alla musica e all’opera, vivendo a stretto contatto con i suoi artisti.

In passato, in epoca medicea, la Musica era servita per lo più a conferire fasto e solennità alle celebrazioni che coinvolgevano la famiglia granducale, nelle manifestazioni sia pubbliche che private, conoscendo momenti di altissima risonanza per le personalità musicali che vi avevano preso parte, nell’epoca gloriosa dei fiamminghi per esempio, senza però che i Medici in prima persona avessero particolari interessi o formazione specifica musicale. Con Ferdinando, l’unico Medici con una vera predisposizione musicale e una conoscenza aggiornatissima dell’avanguardia e della moda, la musica acquisiva una posizione di primo piano, come espressione artistica non asservita alle necessità di stato nella vita fiorentina. Per un periodo Firenze riuscì a tirarsi un po’ fuori dalla posizione di inferiorità musicale nella quale si era trovata e si ritroverà dopo Ferdinando, riguardo alle più importanti Roma, Napoli e Venezia. Queste città erano veri e propri punti di riferimento, vere scuole con peculiarità specifiche; non era così per Firenze che fuori dalla cerchia granducale sonnecchiava pigramente.

Il Granducato di Toscana stava volgendo al termine tra difficoltà economiche e politiche e la passione di Ferdinando, che per altro muore giovane, non troverà alcun seguito negli anni successivi e rimarrà un momento isolato nella vita di corte granducale. Dopo infatti un lungo periodo di transizione i Lorena, preferiranno portare con sé le tradizioni austriache e tedesche che in altre città italiane non si sarebbero affermate che un secolo più tardi, piuttosto che promuovere lo sviluppo e l’affermazione della musica italiana.

La vera passione di Ferdinando erano le opere che faceva rappresentare ogni anno nei mesi di luglio e agosto nella residenza estiva di Pratolino. Opere composte appositamente, sopratutto dal virtuoso Giovanni Maria Pagliardi anche maestro di cembalo del Granprincipe. Oltre ad artisti toscani Ferdinando attirò alla corte medicea musicisti del calibro di Georg Friedrich Haendel, di Alessandro Scarlatti, di Giacomo Perti e dopo un viaggio a Venezia riuscì a convincere il cembalaro Bartolomeo Cristofori di Padova a trasferirsi a Firenze. Cristofori, alla corte granducale, entrava a far parte dei “virtuosi della corte” ma in effetti sovrintendeva alla manutenzione degli strumenti della Guardaroba del Principe: collezione favolosa per quantità e qualità degli strumenti, per lo più dispersi in epoca Lorenese. Ferdinando lo coccola, lo mantiene in una sorta di favoloso parco strumenti perché abbia l’agio di pensare. Pensa che ti ripensa Cristofori inventa lo strumento che avrebbe rivoluzionato la storia della musica occidentale per sempre: il Pianoforte.

Il Granducato di Toscana stava volgendo al termine tra difficoltà economiche e politiche e la passione di Ferdinando, che per altro muore giovane, non troverà alcun seguito negli anni successivi e rimarrà un momento isolato nella vita di corte granducale. Dopo infatti un lungo periodo di transizione i Lorena, preferiranno portare con sé le tradizioni austriache e tedesche che in altre città italiane non si sarebbero affermate che un secolo più tardi, piuttosto che promuovere lo sviluppo e l’affermazione della musica italiana.

La Musica di Anna Maria in compagnia di Ferdinando

Ferdinando non si perdeva nulla di quanto più squisito ci fosse sulla piazza in campo musicale, dopo immancabili lamentele e litigi per spillare quattrini allo spilorcio genitore insensibile all’appetito artistico del figlio e avverso a quella familiarità con musici e cantanti che considerava una disdicevole promisquità.
Ecco quindi Ferdinando, forse, fa conoscere alla sorella un musicista da lui stimato, Bernardo Pasquini che da molti anni raccoglie allori nel tempio della Musica, la Roma dell’Arcadia (nella quale per altro Pasquini condivide il posto con Corelli, Alessandro Scarlatti, citando i maggiori).

Bernardo Pasquini, al tempo in cui omaggia la giovanissima principessa, è già stato in Francia al seguito del Borghese, Principe di Sulmona. Ancora al seguito del Principe e della sua regale consorte tocca l’ Olimpo dell’Arte musicale: Venezia. A Roma frequenta i vip: i Colonna, i Pallavicini, i Panphilji e i filo spagnoli Medinacoeli e Cogolludo, appunto il mecenate dell’Applauso per Maria Luisa. Negli anni ottanta-novanta le sue opere ed oratori vengono rappresentati nei più importanti teatri di Modena, Venezia, Faenza, Palermo Lucca e Firenze. Qui, nel teatro del Casino di S. Marco, Pasquini fa rappresentare il Sidonio, nel dicembre del 1680, dedicato al protettore Francesco Maria de’ Medici, il giovane zio, compagno d’infanzia di Anna Maria, che provvedeva non solo all’aspetto finanziario ma al reclutamento di musici e cantanti per le opere commissionate dagli Accademici Affinati.

Nei primi di settembre del 1698, mentre Anna Maria Luisa era già partita per le terre d’Alemagna, Ferdinando invitò Pasquini nella sua Pratolino, e poiché i due prendevano enorme piacere della compagnia reciproca e della condivisione musicale, e il Pasquini tardava a riguadagnare Roma, il principe Borghese lo lincenziò con grave irritazione nei confronti dei Medici (la storia è simile a quella di J. S. Bach che di tornare da Lubecca dove era andato a conoscere Buxtehude non ne voleva proprio sapere, ed incorse in simili guai).
Ci volle tutta la santa pazienza di Antonio Maria Fede, agente toscano a Roma, per imbonire il Borghese. Poi ci si mise il de Castris, Francesco, che godeva della protezione e qualcosa di più, del Granprincipe: l’eunuco cantore Cecchino, si affrettò a scrivere da Livorno che il ritardo era dovuto alla mole di lavoro che Pasquini stava sostenendo come continuista nell’opera di A. Scarlatti in produzione nella città Labronica, al Teatro degli Avvalorati. Nel 1699 finalmente i chiarimenti dei Medici ai Borghese fecero riguadagnare il posto a Pasquini che se ne tornò a Roma definitivamente.

Anche se è improbabile che Anna Maria Luisa tredicenne abbia assistito al dramma nel Casino di S. Marco – o forse si – e all’opera dello Scarlatti a Livorno – in quel caso perché già oltralpe – la vita musicale che direttamente o di riflesso la coinvolgeva era questa, e non era poco.

Dove sicuramente può essere stata presente e ripetutamente, è in Duomo, a Messa con la nonna Vittoria davanti, impettita, e la governante al suo fianco, dove, oltre ai Te Deum intonati puntualmente per regali, battesimi e matrimoni, può aver ascoltato tra gli altri organisti di Santa Maria del Fiore, Francesco Maria Ricci, uno dei molti allievi del Pasquini. Pasquini si era infatti prevalentemente dedicato, nell’ultimo decennio del Secolo, alla didattica e alla compilazione di volumi di brani per clavicembalo e organo, sia per la formazione personale del nipote tredicenne giunto a Roma ma anche per altri allievi e ammiratori da ogni dove i cui nomi ricorrono spesso accanto ai brani stessi.

Così la celebre toccata con lo scherzo del cucco era dedicata ad un Inglese di Scozia. Nel nostro programma compare in una versione arrangiata per l’organico che presentiamo, dove il flauto diventa idiomatico del tipico verso del cucù, usato da Pasquini come materiale compositivo del contrappunto.

Arcangelo Corelli dedica al Conte del Palatinato Johann Wilhelm I Concerti Grossi opera VI

In Arcadia Pasquini aveva lavorato gomito a gomito con l’altro mito vivente: Arcangelo Corelli. Nel 1700 questi era passato al servizio del Cardinale Ottoboni, grandissimo mecente della Roma barocca, ed era primo violino e direttore stabile dei famosi concerti del Palazzo della Cancelleria. Il Cardinale Ottoboni aveva anche sollecitato per Corelli il titolo di Marchese di Ladenburg che alla fine del 1713 fu concesso, postumo, dall’Elettore del Palatinato Johann Wilhelm, in quegli anni marito di Maria Luisa de’ Medici. All’Elettore, Corelli aveva dedicato l’opera VI dei Concerti grossi essendo stato alla corte di Düsseldorf negli anni 1679, 80, quando Anna Maria non vi era ancora.

In ogni caso, Anna Maria, al pari del marito, non deve essere rimasta indifferente all’arte di Corelli, la più alta espressione di un’epoca di singolare fervore nel campo della musica strumentale, tanto della monodica quanto della polifonica. Sonata e Concerto si ampliano, trovano proporzioni perfette; nello stesso momento in cui la forma raggiunge il punto di massimo equilibrio grazie a Corelli, la sonorità dei singoli strumenti e dell’orchestra d’archi si intona in un massimo d’intensità e d’espressione grazie ai progressi realizzati, nella liuteria, dalla scuola di Cremona. La prima edizione di concerti grossi, l’opera sesta, è quella del Roger di Amsterdam, uscita nel 1714. Di una pretesa edizione romana anteriore non esiste traccia.

La versione proposta in questo programma è quella della Casa editrice Walsh & Hare di Londra per due flauti a becco in luogo dei violini, presentata il 22 dicembre 1725 sul “Daily Post” come novità. In effetti la riduzione dei concerti in una piu’ semplice versione in trio, ci permette di eseguirla con due voci soprane (flauto e cello piccolo) e l’accompagnamento del basso continuo.

Firenze, Duomo, 29 Aprile 1691. Anna Maria Luisa si sposa per procura

Anna Maria Luisa de’ Medici viene descritta alta, dignitosa, di modi autoritari, quando entra in Duomo, con un vestito di broccato bianco, con gioielli di ogni tipo, occhi e capelli neri, accanto al padre Cosimo III che l’adora.
Si intona il Te Deum. All’organo è titolare Giovanni Maria Casini dal 1681.

In maggio le nozze ufficiali, questa volta con il vero sposo Johann Wilhelm che le era venuto incontro di sorpresa ad Innsbruck, nel viaggio che Anna Maria aveva intrapreso, scortata dal fratello Giangastone, alla volta della sua nuova dimora, la corte di Düsseldorf. Negli anni vissuti in Germania, pur visitando molti centri urbani e apprezzandone le attrattive, continuò a pensare che per “voler che queste città paressero belle, bisognerebbe non essere nata a Firenze” e il suo ricordo, forse a tratti malinconico, non l’abbandonò mai. Comunque, nell’occasione del matrimonio, Johann Wilhelm e Anna Maria Luisa cantarono e suonarono insieme, un preludio di un rapporto lungo e felice, nel quale la musica, non meno dell’arte, ebbe un ruolo fondamentale.

Il 19 luglio 1691 Anna Maria Luisa entrava trionfalmente come nuova Elettrice a Düsseldorf, Haupt- und Residenzsadt del Palatinato, dove avrebbe vissuto felicemente sino a 1716. Univano la coppia l’amore per l’arte a quello per la musica, come è ben testimoniato dalla corrispondenza scambiata in quegli anni tra la corte elettorale e quella medicea.

Johann Wilhelm, reggente del Palatinato dal 1679, aveva acquisito nel 1690 il pieno potere su uno stato semidistrutto nel corso della guerra di successione con la Francia. La decisione dell’Elettore di trasferire la residenza da Heidelberg a Düsseldorf dette l’avvio ad un esteso rinnovamento urbanistico ed architettonico della città, importante porto fluviale sul Reno, che in breve vide crescere in numero e in ricchezza la sua popolazione. In questo processo, ad Anna Maria Luisa si deve la costruzione della nuova Opera (1694-1695) finanziata completamente dalla principessa.

L’erudito Agostino Steffani, famoso operista, vescovo e diplomatico

Tra i compositori al servizio degli Elettori grande lustro portò Agostino Steffani (1654-1728) negli anni tra il 1703 ed il 1709. Agostino Steffani lavorava, reputatissimo, ad Hannover dal 1689. L’elettore Ernesto Augusto amante delle Arti e della Musica in special modo, gli aveva affidato ampi poteri e Steffani non l’aveva disilluso con la copiosa produzione di opere in stile veneziano che sopratutto si ispiravano alla mano di Legrenzi. Aveva avuto anche mansioni di diplomatico e per questo inviato nelle varie corti in Germania e come ambasciatore a Bruxelles. Poi, perché aveva ottenuto l’investitura di Vescovo e diplomatico, aveva lasciato il posto di Konzertmeister alla corte granducale ad Händel, che vi si era recato anche con raccomandazione del Granprincipe Ferdinando. É a questo punto, nel 1703 che passa al servizio come consigliere dell’elettore Palatino Johann Wilhelm.

Le composizioni di Steffani, Sonate da Camera a tre, permettono di focalizzare un aspetto interessante di legame tra i vari settori artistici operanti nel teatro delle piccole corti della Germania tra Sei e Settecento. Si crea infatti in queste corti, un contesto ricco di collaborazioni tra artisti attivi in campi diversi: una sorta di sinergia tra maestri di danza e compositori, musicisti, poeti, ballerini, architetti e coreografi, per fornire balletti d’opera e generi ibridi affini per le celebrazioni ufficiali di corte, come matrimoni e battesimi, occasione di sfoggio di potere e specchio di uno status sociale da sbandierare davanti ad invitati di alto rango.

Alla corte di Vienna i “collaboratori” sono nomi illustri nei vari settori: troviamo il Bononcini, Fux, l’Ariosti, Galli-Bibbiena ed altri artisti importanti.

L’atmosfera pesante dell’opera seria si rinfresca con lo stile più leggero della musica da ballo, con effetti teatrali suggestivi. In molti casi, compositori di rinomata posizione erano anche provetti danzatori, tra questi Jean-Baptiste Lully è forse l’esempio più eclatante. Simili arrangiamenti e interpolazioni esistevano anche per la corte di Düsseldorf.

Le sonate da camera a tre, unica opera strumentale a stampa, sono in effetti, ampie suites di danze, musica da ballo, spesso molte brevi che probabilmente servivano esattamente a questo scopo.

Anna Maria incontra Händel alla corte di Düsseldorf dopo che il giovane “Caro Sassone” si è fatto molto amare in Italia

L’inizio del viaggio in Italia di Haendel è vagamente delineato tra il 1705 e 1706, e Firenze potrebbe essere stata proprio il punto di partenza.

Haendel aveva conosciuto i granduchi medicei, Ferdinando e Gian Gastone, ad Amburgo, dove si trovava probabilmente nell’estate del 1703. Da Amburgo appunto, il 28 dicembre 1703, Gian Gastone scriveva alla sorella questa lettera lamentosa, come era nel suo carattere. Così si rivolge ad Anna Maria Luisa:

“Se ella non è informata la informo adesso, che da noi a Firenze non ci è quattrini, o almeno se ci sono, sono come gli spiriti, dei quali tutti ne parlano e nessuno gli ha visti; perchè non ci è tedesco che sia stato a Firenze, che non dica che la Fortezza di Belvedere sia piena di milioni. Le mie prove sono che ci è di molti debiti che la Casa ha, presa tutta insieme ed ogni individuo della medesima in particolare, che vi è sempre di gran rumori quando si ha a pagare i debiti del Principe Ferdinando, eppure egli a Firenze conta, e gli si rifiuta con paura come è stato di fresco. Una volta io chiesi una bagattella di 10.000 fiorini per un aiuto straordinario, e S. A. mi rispose con belle parole adesso siamo ridotti che con anche il continuo ricordare resto addietro due o tre quartali delle mie pensioni”.

Da questa lettera si capisce che le condizioni del Principe non erano proprio rose e fiori ed è ben noto come egli fosse carico di debiti. Di ritornare a Firenze, da Amburgo dove era fuggito lasciando in Boemia quella moglie brutta e sgraziata di Anna Maria Francesca di Sassonia-Lauenburg non ci pensava nemmeno, poi non glielo avrebbero neppure permesso. Difatti di lì a poco lasciava Amburgo per recarsi a Praga, da dove poi raggiungeva Vienna nel marzo 1705, senza essere mai nell’intervallo ritornato ad Amburgo. E nei primi di giugno dell’anno stesso giungeva infine a Firenze. Quindi se Giangastone incontrò Haendel ad Amburgo, nella seconda metà del 1703, è molto poco probabile per le circostanze or ora descritte, che lo invitasse a corte in quell’anno. Quindi gli anni dal 1705 al 1707 rimangono in un limbo dove si può solo supporre che Haendel sia stato a Firenze. Nel gennaio 1707 è certa la sua attività di organista a Roma. Così come Corelli e Pasquini, anche Haendel, durante il soggiorno romano, fu al servizio del cardinale Ottoboni ed entrò in Arcadia dove oltre ai primi e a Scarlatti padre conobbe probabilmente anche Agostino Steffani.

Poi però una data certa compare anche per Firenze. La sua prima opera tutta italiana, Il Rodrigo, ovvero Vincer se stessi è la maggior vittoria, recuperata ed eseguita in tempi recenti a Siena per l’Accademia Musicale Chigiana, fu rappresentata nel Teatro del Cocomero a Firenze nel 1707 per l’Accademia degli Infuocati sostenuta da Ferdinando.

Il duca Ernest August di Hannover sentì a Venezia alcune esecuzioni dell’ opera Agrippina e raccomandò Händel alla corte di Hannover. Ferdinando de’ Medici dal canto suo lo raccomandò in una serie di lettere, alla corte di Innsbruck e a Düsseldorf presso il cognato Johann Wilhelm e la sorella Anna Maria Luisa.

I virtuosi Veracini

Francesco Maria è attivo a Firenze fino al 1711, a Venezia conosce Tartini che lo stima molto, nel ‘14 è al Londra dove conosce Haendel e Geminiani. Nel 1715 eccolo a Düsseldorf dove compone e dedica all’Elettore Palatino l’oratorio “Mosè al Mar Rosso”. Anna Maria Luisa si era tenuta al corrente, aveva seguito la meritata fama di questo talentuoso fiorentino e lo aveva chiamato a corte; infatti dal 1715 al 1720 per Veracini è tutto un successo, Venezia, Ancona, Londra, ammiratissimo da tutti, appunto anche da Tartini. Nel 1720 il Re di Polonia gli conferisce i titoli di compositore e virtuoso. Solo che questo giovane talentuoso ha un difetto, si inorgoglisce, è ombroso, si scontra a Dresda con Pisendel, maestro di concerto di una delle orchestre più rinomate d’Europa, e questi, siccome Veracini gli aveva veramente dato sui nervi, si vendica con uno scherzo di cattivo gusto: gli fa leggere a prima vista un concerto, davanti al Re, poi lo stesso lo dà a leggere ad un suo modesto orchestrale, entrambi lo suonano perfettamente, un po’ meglio l’orchestrale. Pisendel glielo ha fatto imparare di nascosto. Sopraffatto dall’umiliazione, Francesco Maria si ammala, gli viene un esaurimento nervoso, si butta dalla finestra, non riesce a suicidarsi, si spacca solo una gamba. Gli tocca morire di morte naturale a Pisa, un po’ emarginato, tanti anni dopo.

Maria Luisa perde l’amato sposo e torna a Firenze

Il culmine dell’ascesa politica dell’Elettore si colloca a partire dal 1708, con i suoi successi presso la corte imperiale, che gli fruttarono una seconda corona elettorale, quella della Baviera, concessagli tra il 1708 ed il 1714, e la prestigiosa carica di Vicario Imperiale nel 1711, nell’interregno seguito alla morte prematura dell’Imperatore Giuseppe I. L’incoronazione del nuovo imperatore Carlo ebbe luogo il 12 ottobre 1711 a Francoforte alla presenza di Anna Maria Luisa de’ Medici, che in quella occasione tentò personalmente di ottenere l’appoggio cesareo al progetto di Cosimo III di nominarla erede del granducato di Toscana in assenza di eredi maschi. In realtà il decreto del Senato fiorentino del 26 novembre 1713 che aveva confermato il motuproprio granducale seguito alla morte prematura del primogenito di Cosimo, Ferdinando, col quale Anna Maria Luisa era nominata erede del trono toscano, non ebbe alcun seguito, proprio per l’opposizione dell’Impero.

Johann Wilhelm muore l’8 giugno 1716.

L’anno forse più difficile della sua vita, quello che seguì la morte dell’Elettore sino al 10 settembre 1717, data della partenza per Firenze, Anna Maria Luisa lo passò ad inventariare i beni del suo tesoro, cospicuo poiché alla dote medicea si erano aggiunti i numerosi regali dello sposo, perché decisa a riportare tutto a Firenze. Il viaggio di ritorno dell’Elettrice Palatina, documentato in tutti i dettagli, avvenne secondo lo stesso itinerario di viaggio seguito nel 1691, e si concluse nell’ottobre del 1717 con l’arrivo nella città granducale, salutato con gioia dai fiorentini e soprattutto dal Granduca, il padre Cosimo III che la accolse alle porte della città, alla Basilica della SS. Annunziata.

Un musico, Fortunato Chelleri, segue Maria Luisa da Düsseldorf a Firenze

Uno di quei musicisti, Fortunato Chelleri, poco studiato, poco indagato, poco eseguito, oggi. Invece, come Steffani, rappresentò il meglio di quel gruppo di musicisti italiani attirati dalle piccole corti della Germania. Era stato chiamato alla corte di Düsseldorf come maestro di cappella della camera di Johann Wilhelm Elettore Palatino e poi fu maestro di cappella alla corte di Firenze presso Maria Luisa vedova, dal 1717 al 1719 anno della sua partenza per Venezia. Aveva studiato a Piacenza, canto, organo e composizione con lo zio Francesco Maria Bassani o Bazzani, membro di una famiglia di musicisti e maestro di cappella della cattedrale di Piacenza. Fortunato Chelleri diventa poi un operista di successo comparendo in molte città del nord Italia. Poche e imprecise le note biografiche; sembra esser nato attorno al 1690, forse a Parma; il padre, musicista amatore, tedesco – Keller da cui il nome italianizzato Chelleri – era morto quando Fortunato aveva solo 12 anni, e la madre lo aveva seguito due anni dopo, lasciandolo orfano alle cure dello zio.

Il buon ritiro, Villa La Quiete

Una delle imprese artistiche promossa dall’Elettrice negli anni del ritorno fiorentino, senza dubbio la sua più personale, è stata l’arredo pittorico e scultoreo, dal carattere esclusivamente sacro, della villa della Quiete, sede del Conservatorio delle Minime Ancille della SS.ma Trinità, dette Signore Montalve. La Quiete rappresentò per Anna Maria Luisa un rifugio dal mondo, soprattutto dopo la morte del padre Cosimo ed il deteriorarsi dei rapporti con il fratello Gian Gastone.

Con le Montalve, insediate nella villa sin dal 1650, Anna Maria Luisa aveva stretto una solida relazione assumendo il patronato della Quiete (luogo particolarmente caro alla dinastia medicea sin dal Quattrocento) e del Conservatorio delle Montalve già dal 1717, anno del suo rientro a Firenze, seguendo la tradizione avviata da Vittoria della Rovere, che aveva posto questo istituto sotto la diretta protezione delle granduchesse di Toscana. Dopo l’ampliamento dell’edificio con l’ala del Noviziato, realizzata dal 1720 per interessamento della stessa Anna Maria Luisa e di Cosimo III, l’Elettrice decise nel 1723-1724 di trasferirsi alla Quiete in alcuni periodi dell’anno, come ospite e ‘Padrona’ del Conservatorio, utilizzando come sua abitazione proprio gli ambienti del Noviziato, appena costruito.

Dopo la sofferta definizione della Convenzione di famiglia e la stesura del testamento il 5 aprile 1739, nel quale Francesco Stefano di Lorena era nominato suo erede universale, Anna Maria Luisa de’ Medici riuscì a mantenere con i rappresentanti del granduca Francesco Stefano riuniti nel Consiglio di Reggenza, rapporti di reciproco rispetto anche se non privi di momenti di forte tensione.

Nell’autunno del 1742 le condizioni di salute dell’Elettrice facevano presagire la fine. La vita di Anna Maria Luisa de’ Medici si chiude il 18 febbraio 1743, silenziosamente e all’insegna della riservatezza, mentre un nubifragio spazza la città e chiude il sipario sulla dinastia Medici.

Nella storia di Firenze il suo nome resta per sempre legato al ‘gesto magnifico’ che ha determinato il destino della città di Firenze, una sintesi perfetta che unisce orgoglio dinastico, senso della storia, consapevolezza dell’ unicità di un contesto monumentale e culturale profondamente stratificato ed indivisibile, lungimiranza nell’ anticipare e condizionare il corso futuro degli eventi. Con il suo gesto, Anna Maria Luisa pone al centro dell’identità di Firenze, definitivamente ed indissolubilmente quei concetti che ancora oggi rappresentano le chiavi universali di accesso alla città, nella memoria di casa Medici: l’Arte, la Musica, la Cultura, la Bellezza.

«La Serenissima Elettrice cede, dà e trasferisce al presente a S.A.R. per Lui, e i Suoi Successori Gran Duchi, tutti i Mobili, Effetti e Rarità della successione del Serenissimo Gran Duca suo fratello, come Gallerie, Quadri, Statue, Biblioteche, Gioie ed altre cose preziose, siccome le Sante Reliquie e Reliquiari, e loro Ornamenti della Cappella del Palazzo Reale, che S.A.R. si impegna di conservare, a condizione espressa che di quello [che] è per ornamento dello Stato, per utilità del pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri, non ne sarà nulla trasportato, o levato fuori della Capitale, e dello Stato del Gran Ducato».

L’ultima Musica di Anna Maria Luisa

Di ciò che può essere stato il ruolo della Musica durante i periodi trascorsi da Anna Maria Luisa alla Quiete non è dato sapere se non immaginando. Di genere sicuramente sacro, la Musica delle Montalve deve aver servito l’ufficio liturgico quotidiano, col canto, col suono di un monacale, forse. Forse, ricerche negli archivi potrebbero rivelare interessanti sorprese.

Ci auguriamo che nell’ottica di un recupero dei beni artistici, architettonici e delle arti figurative, così come degli arredi della Villa La Quiete, possano trovare significato ricerche mirate a riportare alla luce le carte, che furono suono, al tempo di Anna Maria Luisa de’ Medici, Elettrice Palatina.